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Pubblicato: 10. 05. 2012
Ieri doveva essere decisivo per i mercati azionari, dato che Wall Street avrebbe dovuto concludere con l’indice SP500 la battaglia col supporto a quota 1.357, corrispondente al minimo della prima gamba correttiva completatasi esattamente un mese fa.
Invece la seduta si è dipanata come la precedente, con un appesantimento iniziale ben oltre il supporto ed i minimi del giorno precedente, ma con un successivo recupero e chiusura quasi sui massimi di seduta appena sotto il supporto che si doveva abbandonare con decisione.
L’impressione grafica che si ricava è pertanto quella di un cedimento del supporto, ma assai poco convinto. Segno che i rialzisti hanno ancora cartucce da sparare ed i ribassisti non hanno ancora prevalso in modo incontestabile.
Del resto anche in Europa la seduta si è conclusa assai meglio di come sembrava ad un’ora dal termine. Il Dax tedesco ha addirittura messo a segno un modesto rialzo, mentre il FIB, dopo aver nuovamente avvicinato il supporto di 13.300, ha limitato i danni con una perdita conclusiva inferiore all’1%, recuperando così 2/3 delle perdite che accusava un’ora prima della chiusura.
L’impressione è quindi che il baratro sia stato evitato per il rotto della cuffia, o almeno rinviato di un giorno.
Può darsi infatti che ciò che non è stato decretato ieri venga fatto oggi. A sostegno delle probabilità di cedimento dei mercati arrivano parecchi pretesti dall’Europa.
La situazione politica greca in pieno caos brucia ogni giorno un candidato premier ed è giunta ormai al terzo incarico (Venizelos) per formare un governo impossibile. La via crucis dovrebbe terminare con un altro getto della spugna ed un nuovo voto a giugno, mentre intanto l’UE ha erogato solo una parte del finanziamento promesso e tra i leader dei paesi dell’eurozona si comincia ormai apertamente a parlare di bloccare i finanziamenti in previsione dell’uscita della Grecia dalla moneta unica, cioè di quell’evento che è sempre stato ufficialmente e categoricamente escluso.
Il contagio intanto sta procedendo spedito attraverso l’innalzamento dello spread col bund dei paesi più indebitati (Spagna a 455 ed Italia a 406) e le voci di oltre 65 miliardi di aiuti necessari per salvare le banche spagnole, in evidente crisi di liquidità, mentre è di ieri la notizia della nazionalizzazione parziale di Bankia, una tra le maggiori.
Per concludere i motivi di apprensione non possiamo ignorare la fibrillazione del governo Monti, che, dopo il voto amministrativo di domenica scorsa, sembra non piacere più a nessuno dei partiti che lo hanno sostenuto finora. Si moltiplicano le voci di ricerca di pretesti da parte di tutti i partiti per andare al voto anticipato in autunno e senza riforma elettorale. Al PDL è necessario per costringere la Lega all’alleanza, al PD serve per capitalizzare il vantaggio che ora ha, prima che l’erosione di voti che sta subendo a favore del movimento di Grillo metta in dubbio le sue possibilità di vittoria.
Insomma. I motivi in grado di provocare il cedimento dei mercati non mancano. Però Wall Street non sembra ancora convinta ad assecondare il pessimismo che monta dall’Europa. In fondo l’economia USA sta subendo qualche battuta d’arresto, ma il sentiment dei manager continua ad essere ottimista. La stagione delle trimestrali si è un po’ ammosciata dopo i primi scoppiettanti risultati, ma la maggioranza delle società ha battuto le stime di utile. Tra qualche giorno è prevista l’IPO di Facebook e ci sono molti interessi ad arrivare all’appuntamento con un mercato ben intonato.
Pertanto è bene attendere la fine della settimana prima di vendere la pelle del … toro.
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